Benvenuta Sallie Whistler Marcucci. Dalla sua formazione artistica internazionale fino al recente successo veneziano, il suo percorso appare come un’opera d’arte in continua stratificazione, proprio come i materiali che sovrappone sulle sue tele. È un’artista che ha saputo trasformare la scenografia in pittura e l’illustrazione in poesia visiva, mantenendo sempre un legame profondo con l’anima artistica dell’Italia.
-Di lei si sa che è nata negli Stati Uniti, ma ha scelto l’Europa, l’Italia in particolare per la sua formazione sia artistica che personale. Oltre ai traguardi professionali, c’è un aspetto del suo percorso umano che non è stato ancora raccontato, ma che è stato fondamentale per la sua arte?
Era la scelta dei miei genitori, io avevo 11 anni. A quell’epoca si stava in un paesino del profondo sud e la scuola era pessima. Hanno pensato che un anno in Europa mi avrebbe raffinata. Sono ancora qui! Non c’è limite alle bellezze antiche e richiami all’antichissimo passato in Italia. Anche in momenti difficili uno guarda forse il Tevere, circondato da meraviglie e dice a sé stesso “Chissà quante ne ha viste lui!” e si ridimenziona tutto. Ho anche vissuto per tre anni nella casa della vedova di Gianni Vagnetti (bravissimo pittore, secondo me sottovalutato) dove ogni giorno pittori, registi, giornalisti venivano prendere il caffè – un salone, insomma, dei personaggi artisti Fiorentini di quell’epoca.
-È un’artista che ha esposto in tutto il mondo, dagli Stati Uniti alla Francia ecc., entrando in contatto con realtà molto distanti. Dopo aver respirato culture così diverse, quale rapporto profondo sente di avere oggi con l’Italia, che è diventata la sua casa e lo scenario dei suoi successi?
L’Italia è inspirazione alla mia pittura in quanto un multistrato di autoctoni, Greci, Fenici, Normanni, Arabi, Tedeschi, e via di seguito e ognuno ha portato il suo stile. I miei quadri sono fatti di un amalgama di influenze, a volte salta fuori una figura che poi viene obliterata, ma ne rimane una vaga fantasma. Essendo appassionata di storia italiana gusto di più i miei viaggi qui che quelle in paesi esotici dove non capisco niente.
Nella sua carriera ha maturato esperienze straordinarie in ambiti diversi: scenografia, pittura, incisione e illustrazione. Avendo esplorato così a fondo ciascuna di queste discipline, quale sente che le appartiene di più o le permette oggi una libertà espressiva totale?
Naturalmente la pittura è quello che mi dà più soddisfazione, ma è un processo lungo e complicato per me. Ho bisogno anche di entrare in quello stato di “flow” come la chiamano gli Americano o “Ci” come la chiamano i Giapponesi. Suono lo stesso brano di musica ripetutamente a discapito dei vicini, mi mordo il labbro inferiore. Mi convinco che sto producendo qualcosa grandi che magari non è vero., che spesso non è vero. Invece le vignette e illustrazione le faccio istantanee, senza stress amavo la scenografia ma con figli piccoli non era pratico. L’incisione l’ha studiato al Art Student’s League, ma salvo delle litografie disegnati per La Nuova Foglio durante il Festival di Spoleto non l’ho fatto più.
-Nel 1992 ha fondato una rivista dedicata a Roma. Cosa l’ha spinta a diventare editrice e grafica di un intero progetto?
Mio marito Moreno Marcucci, ha fatto varie rubriche per Il Messaggero e la Repubblica, feste, artigiani, personaggi, insomma l’unico modo per finire sui giornali senza fare politica o ammazzare qualcuno. Quando è andato in pensione voleva fare una rivista simile. Erano i primi giorni del computer e auto-publishing. Lui e alcuni amici scrivevano gli articoli, io facevo la grafica e le illustrazioni. Abbiamo anche fatto una pagina sui giornalai nella speranza che non lasciavano il nostro “Allegro Romano” sotto pili di giornale. L’inizio era scoraggiante e giusto quando abbiamo superato il peggio, Moreno si è ammalato gravemente.
Nell’opera premiata a Venezia, ha scelto di dipingere su una delicata carta di riso, o un materiale simile, applicata come base sopra alla tela. Cosa l’ha spinta a sperimentare questo tipo di supporto e che ruolo gioca la stratificazione della materia nel definire il carattere finale di un dipinto? Cosa prova nell’istante esatto in cui crea?
Non sono mai riuscita a creare “in pubblico” perfino a scuola d’arte combinavo poco, per poi lavorare più a casa. Ho bisogno di sentire il “flow” come dicono gli americani o “ci” come dicono i Giapponesi. Dipingo, cancello, ridipingo. Provo a bilanciare l’ultra dettagliato con una certa voluta rudezza spontanea. Una specie di lite o accordo fra me e la tela.
-Guardando alle sue opere attuali, c’è qualche grande maestro del passato o del presente a cui si ispira o verso cui sente una particolare connessione spirituale e artistica?
Amo una folla di artisti anche sconosciuti sculture medioevale o ancora quelli più antichi, quelle Rinascimentali che conosciamo, e poi Turner, Bacon, Hundertwasser, Klimt, Ciuha, ma anche il pavimento stupendo di San Marco. Vado a passioni, immersione completa fino alla nausea e poi seguo qualcun altro.
-Oggi l’arte concettuale sembra dare priorità all’idea rispetto all’esecuzione. Secondo lei, la padronanza tecnica e la ricerca del bello sono ancora strumenti indispensabili per creare una connessione emotiva autentica con chi guarda l’opera?
Non parliamo di arte concettuale, non sono un grande fan, gli antichi facevano quadri con decini di concetti, eppure dipingevano con grande maestria. Sento oggi forse che è più teatro. L’artista personaggio famoso invece dell’opera dell’arte che produce. Io amo ancora imbrattarmi di colore, vivere questa discussione con la tela.
Se dovesse descrivere chi è Sallie oggi, al di là dei titoli e dei riconoscimenti, attraverso un’immagine o un aneddoto, cosa ci direbbe di sé?
Ovviamente sono grata dei riconoscimenti! L’Italia mi ha accolta sempre molto bene. La pittura mi è sembrata un’occupazione ideale perché ho avuto molti pittori nella mia famiglia. Sono discesa dalla zia di James McNeill Whistler, il nonno studiava disegno a West Point quando le mappe venivano ancora fatte a mano, la nonna paterna è riuscita a pagare l’università al fratello con i suoi quadri. Mio figlio Carlo è già noto come pittore a Los Angeles e suo figlio Galileo ha già vinto un primo premio. Sono felice di questa vita, una professione libera, che si può praticare in eterno. Anche quando uno non può lavorare l’occhio continua a assorbire quello che ha intorno.
-Quali sono i suoi progetti futuri e attraverso quali canali i lettori possono continuare a seguire la sua evoluzione artistica?
In questo momento non ho piani particolari. Devo dire che i migliori occasioni mi sono capitati casualmente, inaspettati. Come mio nonno che ha detto ad una gallerista di Atlanta “anche la mia nipotina dipinge”, ci è nata una collaborazione durata trent’anni. Un’amica che ha detto “perché non vieni a Salisburgo a studiare con Kokoschka? La poetessa Laura Viele che mi dice forse potrei esporre a Venezia. Invece cose pianificate per bene non si sono attuate.
La ringrazio per averci regalato parte del suo tempo prezioso.
La ringrazio per questa simpatica intervista, è stato un grande piacere.
Monica Isabella Bonaventura – Redattore

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