Marco Cuomo. La materia non muore

di Andrea Speziali

 

C’è una grande menzogna nell’arte contemporanea: credere che la materia sia finita. Che tutto debba dissolversi nell’immagine, nel digitale, nell’idea, nella sterile liturgia di una concettualità che spesso non ha più né carne né sangue. Marco Cuomo fa esattamente il contrario. Prende la materia, la afferra, la tormenta, la ferisce, la scioglie, la ricompone. E soprattutto la costringe a vivere.

È questo il primo dato evidente della mostra Forme Visibili e Invisibili: Cuomo non dipinge semplicemente. Costruisce.

Non potrebbe essere diversamente per un architetto. Ma qui l’architettura non è quella disciplinata dal calcolo, dalla funzione, dalla geometria rassicurante. È un’architettura precipitata nel magma. Un’architettura dopo il terremoto, dopo l’incendio, forse dopo la fine del mondo, quando dell’ordine precedente rimangono frammenti, scorie, superfici ustionate, concrezioni misteriose che attendono qualcuno capace di riconoscervi una nuova possibilità.

Cuomo è quell’uomo.

Le sue opere sembrano nascere precisamente nell’istante in cui qualcosa muore e qualcos’altro incomincia.

Guardiamo Forme visibili e invisibili. Non c’è una superficie, propriamente detta. C’è un territorio. Una crosta. Un organismo. Il rosa, l’oro, il viola, le incrostazioni madreperlacee occupano lo spazio come sedimenti di una civiltà sommersa. Qualcosa affiora e qualcosa scompare. Forme antropomorfe sembrano sul punto di manifestarsi per poi ricadere nell’indistinto. L’occhio cerca una figura e trova una materia; cerca una materia e improvvisamente scopre una figura.

È precisamente lì che Cuomo lavora: sulla soglia dell’apparizione.

In Fata gentile la materia diventa quasi verticale, monumentale, una colonna fossile entro la quale sembrano essersi depositati resti organici, memorie, viscere e reliquie di un mondo sconosciuto. Eppure niente è veramente lugubre. L’oro interviene. Il rosa si accende. Il glitter irrompe con un’evidenza volutamente impudica.

E questo glitter va capito.

Sarebbe troppo facile considerarlo decorazione. Non lo è. Cuomo utilizza ciò che una certa ortodossia del gusto considera frivolo e lo trasforma in sostanza cosmica. Il glitter è la polvere delle stelle precipitata sulla discarica. È il lusso applicato allo scarto. È l’oro dei poveri, la luce artificiale che tenta disperatamente di restituire dignità a ciò che il nostro tempo ha consumato e abbandonato.

Ecco perché nelle sue opere il riciclo non diventa moralismo ecologico. Diventa resurrezione.

Cuomo prende ciò che era destinato a non avere più significato e gli concede una seconda esistenza. Non nasconde la ferita originaria della materia: la conserva. La esalta. La trasforma in linguaggio.

In Vacuo onirico la superficie è addirittura perforata. Il quadro rinuncia a essere quadro. Il vuoto entra nell’opera fisicamente, brutalmente. Ci sono buchi, assenze, lacerazioni. Ma il vuoto non è il nulla. È una presenza.

Fontana aveva tagliato la tela per trovare lo spazio oltre la pittura. Cuomo sembra compiere un gesto differente: corrode la materia per ricordarci che perfino nella sua distruzione essa continua a produrre forme.

Il vuoto, dunque, diventa materia quanto il pieno.

E in questa continua contraddizione si comprende anche Tristano e Isotta, dove le masse cromatiche sembrano trascinarsi, penetrarsi, respingersi. Il blu avvolge i rosa e i rossi carnali; le colature diventano nervature; la superficie assume l’aspetto di una pelle ustionata e rigenerata. Il titolo introduce il mito amoroso, ma Cuomo evita qualsiasi aneddoto illustrativo. Non rappresenta Tristano. Non rappresenta Isotta. Rappresenta ciò che rimane dopo di loro: l’attrazione, la collisione, la fusione impossibile.

L’amore ridotto alla sua materia originaria.

In Trasmutazione di Senecio, dichiarato omaggio a Paul Klee, il riferimento è ancora più interessante perché non si risolve in una citazione stilistica. Cuomo non imita Klee: sembra piuttosto sottoporre la sua immagine a un processo geologico. Il volto si gonfia, si sfalda, diventa reperto. Klee aveva costruito un’icona attraverso la semplicità del segno; Cuomo la riporta alla materia, come se quella testa fosse rimasta per secoli sepolta sotto una colata lavica e venisse ora dissepolta.

È archeologia dell’avanguardia.

Poi improvvisamente tutto cambia.

In Frammenti di astro lunare la violenza cromatica si ritira. Rimangono grigi, trasparenze, frammenti vetrosi, polveri. Sembra di osservare attraverso un microscopio ciò che resta di una collisione planetaria. Oppure una parete dopo un’esplosione. L’opera ha una freddezza quasi metafisica, e dimostra che Cuomo non ha bisogno dell’eccesso cromatico per affermare la propria identità.

Analogamente Haboob sahariano sembra affidarsi all’evanescenza. Gialli pallidi, bianchi sporchi, velature lattiginose fanno della superficie una tempesta quasi cancellata dalla propria luce. Non c’è più l’oggetto che emerge, ma una vibrazione atmosferica. Il quadro sembra consumarsi davanti agli occhi.

Ed è questo forse uno dei punti più interessanti della ricerca di Cuomo: la materia può essere pesantissima e contemporaneamente apparire impalpabile.

Può farsi corpo oppure atmosfera.

Può essere ferita oppure luce.

Può essere rifiuto oppure reliquia.

La cultura alchemica evocata nel percorso della mostra non è dunque una sovrastruttura intellettuale applicata arbitrariamente alle opere. Nigredo, Albedo, Rubedo indicano precisamente un processo: decomporre, purificare, ricostruire. È ciò che Cuomo fa concretamente nel suo lavoro.

Ogni opera nasce da una morte.

Poi arriva il fuoco.

Poi la luce.

È un procedimento antichissimo e modernissimo insieme. L’alchimista cercava nell’elemento vile la possibilità dell’oro. Cuomo cerca nel residuo industriale, nello scarto, nella materia inutilizzata la possibilità della bellezza.

Ma attenzione: non è una bellezza consolatoria.

È una bellezza sospetta, inquieta, contaminata.

Anche quando l’oro risplende, sotto rimane la cicatrice.

Ed è qui che Cuomo si allontana dalla facile seduzione dell’arte decorativa. Le sue opere possono essere seducenti, certamente. Sono cromaticamente sontuose. Luccicano. Cambiano al variare della luce. Chiedono perfino di essere osservate da vicino. Ma quando ci avviciniamo, quello splendore si rivela ambiguo. Vediamo cavità, grumi, residui, oggetti assorbiti dalla materia. Ciò che da lontano sembrava una galassia, da vicino potrebbe essere una ferita.

È la vecchia intuizione barocca: la bellezza contiene sempre la propria decomposizione.

E Cuomo, genovese, sembra possedere inconsapevolmente qualcosa di profondamente barocco. Genova conosce questa contraddizione meglio di altre città: l’oro e l’ombra, il palazzo e il vicolo, il marmo e l’umidità, la magnificenza e la corrosione. Non sorprende allora che proprio qui questa materia trovi una sua particolare verità.

L’architetto Cuomo conosce le strutture.

L’artista Cuomo preferisce vederle crollare.

Per ricostruirle diversamente.

Nelle opere esposte al Centro Cultura Formazione e Attività Forensi dell’Ordine degli Avvocati di Genova non troviamo quindi una semplice successione di esperimenti tecnici. Troviamo una domanda che ritorna ossessivamente: che cosa rimane delle cose dopo che abbiamo smesso di riconoscerle?

Un frammento può diventare paesaggio.

Una colatura può diventare corpo.

Un foro può diventare cosmo.

Uno scarto può diventare memoria.

È qui il senso autentico di Forme Visibili e Invisibili. L’invisibile di Cuomo non appartiene a qualche nebulosa spiritualità. È già dentro la materia. Bisogna soltanto liberarlo.

Paracelso sapeva che l’universo grande e quello piccolo si riflettono l’uno nell’altro. Il macrocosmo vive nel microcosmo. Cuomo sembra riprendere quella intuizione con gli strumenti dell’uomo contemporaneo. Una piccola superficie diventa universo; un frammento di materiale sintetico assume l’aspetto di un meteorite; una concrezione sembra un organo; una goccia di colore diventa esplosione stellare.

Dal rifiuto alla galassia.

Non è poca cosa.

In una civiltà che produce immagini con una velocità tale da renderle immediatamente dimenticabili, Cuomo torna invece alla lentezza ostinata della materia. Le sue opere non possono essere veramente comprese nello schermo di un telefono. Pretendono presenza. Luce. Movimento dello spettatore. Hanno spessori, ombre, riflessi, cavità.

Esistono.

Ed è già una posizione radicale.

Marco Cuomo non ci consegna oggetti perfetti. Ci consegna organismi instabili. Non conclude: trasforma. Non leviga: stratifica. Non nasconde il processo: lo lascia esplodere davanti ai nostri occhi.

Perché probabilmente ha compreso una cosa essenziale.

La materia non è mai inerte.

Siamo noi che abbiamo smesso di ascoltarla.

Cuomo la ascolta, la provoca, qualche volta la violenta. Ma alla fine riesce a ottenere da essa qualcosa che l’arte, quando è veramente tale, ha sempre cercato: far vedere ciò che prima non riuscivamo a vedere.

E allora quelle forme, visibili e invisibili, non sono più semplicemente dentro il quadro.

Sono dentro di noi.

About the Author

andreaspeziali
Andrea Speziali (Rimini 28 settembre 1988) è un docente di grafica, direttore del Museo del Liberty a Sarnico, artista e critico d'arte esperto di arte Liberty. Si è laureato all'Accademia di Belle Arti a Urbino coltiva con passione l'interesse per l'arte dedicandosi alla pittura, scultura, fotografia e grafica. Ha pubblicato ‘‘Una Stagione del Liberty a Riccione’’ (Maggioli 2010) rivalutando la figura e l’opera di Mario Mirko Vucetich; ''Romagna Liberty'' (Maggioli 2012). Nel 2012 ha ideato il progetto ‘’Italian Liberty’’ www.italialiberty.it Tra le varie mostre va ricordata la sua partecipazione alla Affordable Art Fair di Amsterdam (dal 27 al 31 ottobre 2010), la collettiva alla galleria ‘’Wikiarte’’ di Bologna (dal 5 al 31 marzo 2011) e alla 14^ Fiera Internazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Pechino (dal 18 al 22 agosto 2011) nel complesso del World Trade Center. Espone la scultura ''Totem Riccione'' alla 54. Esposizione Internazionale d'Arte della Biennale di Venezia.

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